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1 27th May 10:14
senza_nome
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Default Ricostruzione e petrolio, cosa nostra»



Ricostruzione e petrolio, cosa nostra»
Già pronto il piano per le «privatizzazioni», scontro con i paesi donatori
S. CH.
Gli Stati uniti parlano di coinvolgimento internazionale in Iraq ma
sembrano sempre più decisi a mantenere il totale controllo della colonia
appena conquistata. Il Dipartimento di stato è sceso in campo ieri contro
la proposta di alcuni «donatori» di finanziare specifici progetti per la
ricostruzione dell'Iraq ma non l'occupazione nel suo complesso, mentre la
nuova «faccia irachena» al ministero del petrolio, Ibrahim Bar al Ulum, ha
annunciato di aver già per le mani vari progetti per una generale
privatizzazione dell'industria petrolifera irachena e che in ogni caso i
contratti per il rilancio del settore andranno alle compagnie americane e
«forse» a qualche società europea. Alla Russia praticamente nulla.
Durissima la linea Usa sul nuovo fondo per la ricostruzione, indipendente
dalle autorità di occupazione, deciso in questi giorni a Bruxelles. Alcuni
importanti donatori hanno infatti chiesto di finanziare solamente progetti
specifici per evitare di essere confusi con l'amministrazione americana in
Iraq. Alan Larson, sottosegretario di Stato per gli affari economici, nel
corso di una conferenza stampa a Washington, ha però sostenuto che ciò non
sarebbe possibile e che la Banca mondiale - che amministrerà probabilmente
il fondo- non potrà che impedirlo. Agli Usa hanno risposto Francia e
Germania precisando che la loro disponibilità a finanziare la
ricostruzione dell'Iraq potrà concretizzarsi solamente se gli Usa
cederanno il controllo sul paese ad un'autorità forte del mandato delle
Nazioni unite. Ma non è esattamente quello che Washington si appresta a
fare. Lo ha confermato ieri Ibrahim Bahr al-Ulum, appena nominato dal
«vicere» Usa in Iraq, Paul Bremer, al ministero del petrolio. Parlando con
i giornalisti a Najaf, l'esponente sciita-Usa, ha fatto capire che il
paese dovrà tornare ai tempi precedenti alle nazionalizzazioni, nei primi
anni settanta: «il settore petrolifero iracheno necessita di essere
privatizzato ma c'è un problema culturale, la gente ha vissuto negli
ultimi trenta- quarant'anni con questa idea del nazionalismo». Il
nazionalismo, il controllo sulle proprie risorse per il neoconservatore
iracheno sarebbe un «problema culturale». Interessante a tale proposito il
fatto che gli anni sotto accusa, trenta-quaranta non sono soltanto quelli
del regime di Saddam Hussein ma tutti quelli, successivi alla rivoluzione
anti-monarchica e anti-inglese del 1958, segnati dallo slogan, caro ai
nazionalisti arabi, del «petrolio arabo per gli arabi».

In realtà i progetti di privatizzazione dell'intero settore petrolifero
risalgono già prima della guerra e vennero finalizzati nel corso di una
conferenza al Dipartimento di stato sul futuro dell'Iraq alla quale
presero parte lo stesso Ibrahim Bahr al- Ulum e Fadhil Chalabi, fratello
del bancarottiere Ahmad Chalabi che ora detiene la presidenza di turno del
Consiglio iracheno nominato da Paul Bremer. La premessa per poter
controllare il paese e impadronirsi delle sue risorse sta ovviamente nel
soffiare sempre più sulle divisioni etnico-confessionali nel tentativo di
bloccare la nascita di un movimento unitario di resistenza e di impedire
che il paese si doti di strutture e istituzioni unitarie a cominciare da
un esercito nazionale. Da qui la decisione Usa di scogliere il ministero
della difesa e l'intero esercito e di mantenere il controllo dell'ordine
pubblico nelle mani degli eserciti occupanti «coadiuvati» da nuove forze
di polizia locale e soprattutto dalle varei milizie fedeli a Washington a
cominciare da quelle curde del Partito democratico del Kurdistan e
dell'Unione patriottica del Kurdistan. Nel frattempo la resistenza
irachena anche ieri, mentre il ministro della difesa e «creatore» della
guerra all'Iraq «Donald Rumsfeld» visitave le truppe Usa di occupazione a
Tikrit, ha condotto una ventina di attacchi: uno sminatore britannico è
stato ucciso nei pressi di Mossul, due soldati americani sono stati feriti
a Baquba e un dipendente americano della «Kellogg, Brown and Root»,
sussidiaria della onniprsente società petrolifera Halliburton Co. (già
guidata dal vice-presidente Usa **** Cheney), è stato ucciso a Baghdad.
Intanto mentre il governo britannico si appresta ad inviare altri 1.000
uomini in Iraq il paese continua a passare da tragedia a tragedia: almeno
quindici abitanti di un quartiere di Baghdad sono morti ieri per una nube
velenosa sprigionatasi per cause sconosciute da una ex fabbrica di materie
plastiche ad est di Baghdad mentre alcuni ignoti hanno aperto il fuoco
contro la moschea sunnita di Qibaa ferendo tre fedeli. Milizie sciite
della «Divisione Badr» del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in
Iraq, hanno invece sorvegliato la preghiera del venerdì nella città santa
di Najaf a sette giorni esatti dalla strage di oltre 100 fedeli e del loro
leader Mohammed Baqer al Hakim. Le milizie più radicali del giovane
Muqtada al Sadr hanno invece iniziato a pattugliare la vicina Kufa. Un
altro passo sulla strada della «libanizzazione» del paese.


--


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2 27th May 10:15
stefano de cesari
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Posts: 1
Default Ricostruzione e petrolio, cosa nostra» (lo)



*ROTFL*
Se lo dice l'autore del pezzo... )

-Stefano
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